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Ad Armungia l'ultimo saluto a Ernesto Uda, l'allevatore morto la notte di Capodanno


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Paese

Dati Generali
Il paese di Armungia


Armungia è un piccolo Comune della provincia di Cagliari, in posizione collinare a 366 metri sul livello del mare. Conta 565 abitanti. Fa parte della XXI Comunità Montana "Sarrabus Gerrei?. Dista 70 km da Cagliari. Secondo l´Angius “l´antico nome di questo paese era Aremusa, quale si chiamava il fondatore, la cui età si riferisce a tempi assai remoti?. Altri sostengono che il nome deriverebbe da un condottiero di nome Aretusa, o che sarebbe una trasformazione di Aurea Moenia (mura d´oro). Pittau propende per la derivazione dal vocabolo greco Harmonìa.
Il territorio di Armungia
Altitudine: 47/625 m
Superficie: 54,79 Kmq
Popolazione: 584
Maschi: 290 - Femmine: 294
Numero di famiglie: 253
Densità di abitanti: 10,66 per Kmq
Farmacia: dispensario Dr. Frongia Giancarlo
Guardia medica: c/o Nicolò Gerrei - tel. 070 950032 - c/o Ballao - 070 957373
Polizia municipale: c/o Nicolò Gerrei - tel. 070 950032 - c/o Ballao - 070 957373
Carabinieri: Via Funtanedda - tel. 070 958122

Storia

ARMUNGIA, villaggio della Sardegna nella provincia di Isili, distretto di Orròli, appartenente all’antico dipartimento di Galilla, o Gerrèi della tetrarchia cagliaritana.

L’antico nome di questo paese, come si ha dalla tradizione, era Aremusa, quale si chiamava il fondatore, la cui età si riferisce a tempi assai remoti. È in situazione eminente inclinantesi al mattino, per dove si apre l’orizzonte con un raggio per lo meno di cinque ore, sino alla catena centrale. Sorgendo sulla sommità del colle una maggior estensione soggiace agli sguardi verso ponente. Il clima è temperato; piove frequentemente nei mesi invernali, e vi cade anche della neve, che però per poco ingombra il terreno. Non si ha memoria che in tempesta di fulmini alcuno sia stato danneggiato, essendo quasi sempre lontano lo scoppio: nella primavera vedesi della nebbia, ma presto svanisce. Notabile è l’estensione dell’abitato, per li piccoli giardini frammezzati. Ogni abitazione ha il suo bel pergolato, che con li mandorli, noci, e fichi, allori e aranci rendono il luogo amenissimo e molto delizioso.

Delle arti meccaniche conosconsi appena da pochissimi le più necessarie; le manifatture sono la sola tela, e l’albagio di varie qualità, di cui moltissime pezze vendonsi nella Tregenta, nel campidano di Cagliari, e nella curatorìa di Seurgus.

Vi è un consiglio di comunità, una giunta locale sul monte di soccorso, ed una scuola normale dove concorrono circa dieci fanciulli.

Essendo un popolo pacifico non fu mai d’uopo di fissarvi alcuna stazione. Il tenente della sesta compagnia del battaglione di Tregenta dei corpi miliziani barracellari con 4 cacciatori a cavallo, e 25 di fanteria, compresovi il capitano barracellare, e li 6 di sua compagnia, formano il contingente di questa popolazione.

La chiesa parrocchiale è sacra alla Vergine nella commemorazione della sua Concezione purissima, che si festeggia nella quarta domenica di maggio con gran concorso dai vicini paesi. Sorge alla parte meridionale dell’abitato in faccia all’oriente. È governata da un rettore subordinato all’autorità dell’arcivescovo di Cagliari, come vescovo doliense.

Vi sono due chiese figliali situate nell’estremità del paese verso levante, una dedicata a s. Giovanni Battista, l’altra a s. Sebastiano. Festeggiasi in questa alla seconda domenica di settembre con molta celebrità.

Due dei popolani destinati a provvedere per le spese della medesima comprano dalle elemosine raccolte dieci vacche, grano, vino, e altri articoli necessarii: nella vigilia si macellano le bestie, delle quali si fa parte a tutti gli stranieri, che non abbiano un alloggio ospitale, ed a quelli pure, da cui si ebbero le più pingui elemosine, però con certo cerimoniale.

I collettori separatamente nel giorno solenne verso le nove antimeridiane, accompagnati da gran turba di amici e giovani, con un zampogniere e due cantori, visitano le famiglie, che contribuirono alle spese della solennità, e le felicitano con buoni auguri; mentre i due cantori stando alla porta col zampogniere girati dal popolo fanno lo stesso con le loro rime, alle quali interpongono spesso la parola eleilò, che non è del linguaggio corrente. I complimenti dei collettori dirigonsi specialmente alle fanciulle, che vi siano, da marito; le quali dopo essere state molto lusinghieramente onorate movonsi leggiadre e vezzose con la capellatura artificiosamente sparsa, e presentano due grandi coccòis (pani ad anello o a corona) di fior di farina fatti con molto studio, e vagamente dipinti a zafferano, che i cantori infilzano nelle verdi canne, che sostengono sull’omero. In contraccambio la compagnia festiva presenta della carne proporzionatamente ai membri della famiglia; dopo che, fatti i convenevoli, prende congedo. I fanciulli, e i minori giovani accrescono la letizia. Mentre presso alla chiesa formasi una galleria di rami e frasche di zrapa, pianta di scorza gialla, che facilmente si leva, questi piccoli uniformemente vestiti se ne adattano corone e cinture, e tolgono in mano i più bei ramoscelli; nel qual modo preceduti da alcuni altri, che portano dei zufoli, ed altri rusticani stromenti, in lunga schiera marciano per tutto il paese.

I pubblici balli continuano con gran tripudio per tutta la giornata. Nel dì seguente ha luogo la gara al corso dei ragazzi in uno stadio di 10 minuti, e vengono essi secondo il merito regalati dei piedi delle vacche. Conchiudesi la solennità con fuochi di artifizio. In riguardo alla voce eleilò, che come intercalare ripetesi, si ha per tradizione essere della lingua del popolo, che abitava a quattro ore in distanza di Armungia nella regione detta su Duttu, o Mordèga, donde in occasione di morbo pestilenziale molta gente siasi trasferita in questo paese nel mese di settembre per iscansare il malore, come in fatti lo scansò.

Quindi si afferma esser questa festività in memoria di quella salvezza, di cui rendonsi grazie al martire s. Sebastiano, siccome a quegli, che tutti i sardi venerano, come loro speciale intercessore presso Dio che ci preservi dai mali contagiosi; quella corsa dei fanciulli alludere all’ingresso dei miserabili, che fuggivano dalla morte; ed il grido eleilò significare un sentimento di gioja per lo evitato pericolo.

Comprovasi pure che da Mordèga sia in Armungia venuto il popolo dal dritto, che possiede questo parroco di percevere i frutti decimali di quei salti, sebbene sieno più vicini ad altra parrocchia.

Il cimitero è ancora presso la chiesa principale per non essersi ancora scelto fuor dell’abitato un sito opportuno a formarvi il campo-santo.

All’anno si sogliono celebrare circa sei matrimonii, nascono 35, muojono 15. Le famiglie sono 270, le anime 875. Vivesi da molti oltre il settantesimo anno.

Le più frequenti malattie son di stomaco, e qualche febbre intermittente, non escluse le infiammazioni cagionate dalle vicende atmosferiche in quei che voglion lasciare l’antica moda di vestire. Bisogna però confessare che facilmente si superano con un piccolo ajuto dell’arte per favore della salubrità dell’aria e delle acque.

Vi è qualche cosa da notare sulle vestimenta usate. Gli uomini di età vestono il colletto consistente in quattro pelli cervine ben concie a colore gialloscuro, che formano quattro ale lunghe fino al ginocchio ricamate in seta, delle quali due si addoppiano avanti, e due dietro agganciandosi sotto le ascelle, e stringendosi alla vita una larga cintola a ricamo, e un camauro nero sopra una cuffia bianca, che contiene la capellatura. I giovani in luogo del colletto usano sa best’-epedde (vesta di pelle) formata di quattro pelli d’agnello di lana nera inanellata, che con certe artificiose pieghe scende sino ai lombi. La vita è coperta da un giubboncello di velluto nero, la testa da un lungo berretto nero, restando sciolta la capellatura. Alcuni per la vesta di pelle indossano cappotti di forese, guerniti di velluto nero, con ricamo di cordoncini di seta nera. I calzoni sono corti e larghi, e come dicesi, a campana, fatti di forese, e sovrapposti ad altri di tela larghi e lunghi oltre il ginocchio. Le calze son di forese, e stringonsi a mezza coscia sopra i calzoni di tela. La cintola è nera, e nel petto si ha una bottoniera d’argento.

Il vestir delle donne riducesi a due mode diverse distintive, una delle fanciulle, l’altra delle maritate e delle vecchierelle. Queste vestono gonnelle di forese rosso, e si coprono con grandi manti di panno verde o nero, secondo le circostanze di allegrezza o tristezza. Le giovani maritate vestono con molta semplicità gonnelle di color oscuro, lunghe sino ai talloni, e velansi in pubblico con grandi manti, o con fazzoletti di color oscuro. Le nubili vestonsi di panno verdoscuro fino, o di broccato d’oro, secondo i mezzi, e coprono la testa con grandi scialli, o con fazzoletto bianco piegato in triangolo, che frenasi coi capi sotto il mento, lasciando vedere alcune ciocche inanellate, e facendo pompa della bianchezza del petto a metà scoperto (immodestia quasi generale nelle fanciulle e donne dei contadi del regno), e ornato di belle collane di corallo, di altre materie, e pur d’oro, che adornano con molta grazia la lor beltà splendida per un bel colorito, e per occhi vivacissimi. Le loro gonnelle sogliono esser corte, ondechè vedesi una candida sottoveste, che quasi ricopre il piede.

Nei funerali usansi le cantiche lugubri, e le prefiche (attitadòras) vengono rigalate secondochè permette la condizione del defunto.

Nello stringersi dei matrimonii occorre una consuetudine osservabile. Il giovine appena assicurato, che non dispiace la sua alleanza colla famiglia, in cui abbiasi scelta la donna, avvisa un sacerdote, col quale, e insieme con tutta la sua parentela portasi nell’ora appuntata nella casa della futura sposa, dove già riunissi tutta la di lei consanguinità. Questi fingono d’ignorare il fine della visita, e restasi nel più rigoroso cerimoniale e contegno senza accettare alcuna esibizione o trattamento. Dura la faccenda da quattro in cinque ore; fatta di nuovo la dimanda della fanciulla, e ricevuta con tutta solennità la promessa, si passa alla formazione delle carte matrimoniali; indi lasciate le cerimonie si entra in un lauto banchetto, sul finir del quale viene stabilito il giorno della celebrazione delle nozze. Queste si festeggiano per più giorni, secondo la possibilità delle famiglie, e, trattandosi di gente benestante, durano per più di otto giorni l’accoglienza per le congratulazioni, i conviti, i divertimenti. È da rimarcare il grande uso che vien fatto di caffè e di rinfreschi, e dei liquori più fini, esclusa l’acquavite, di cui nè anche la plebaglia si diletta, come è generale nei contadini sardi, onde sono così frequenti le infiammazioni.

Le donne del volgo ajutano i loro mariti nella seminagione dei legumi; le nubili usano la falce, e seguono i mietitori. Oltre la mercede portansi a casa in dono un fascio di spighe.

Questi paesani trattansi vicendevolmente con molti riguardi; sono di bell’umore, e hanno fama d’essere i più aggraziati ballerini: è veramente un vago spettacolo la leggerezza dei loro movimenti, e l’eleganza del loro portamento.

Possiede questa comunità un territorio assai vasto di circa 120 miglia qu. in superficie triangolare. Grandissimo frutto potrebbe percepirsi da cotanta estensione in massima parte coltivabile; ma non si cura d’aver oltre della sussistenza, e di arricchire. Si semina ordinariamente circa 720 starelli cagliaritani di grano (litr. 35,424), che rende in anno di mediocre fertilità dal 12 al 15 per uno; d’orzo starelli 200, onde si ha più del 15; di fave 100, le quali producono anche il 25; di legumi 50, che rendono il 10; di lino se ne semina tanto, che il prodotto possa provvedere ai bisogni delle famiglie.

La dotazione del monte di soccorso era in grani 710 star., in lire sarde 723.6 (lire nuove 1389.06); presentemente è cresciuto il fondo granatico a 1100 star., ma il nummario è scemato a lire sarde 277.11.5.

Abbonda il vigneto delle più belle qualità di uve, onde spremesi un vino, che, meglio manifatturato, potrebbe gareggiare coi più celebrati del regno, di cui fa spaccio nei paesi della Tregenta.

Molte specie di alberi fruttiferi si coltivano, e n’è il numero considerevole: i fichi di molte varietà saranno circa 10,000, che danno un frutto di squisito gusto; i peri di molte varietà, anch’essi circa 7000; i mandorli poi, i noci, albicocchi, peschi, meligranati, pomi, agrumi, castagni, ciriegi, ammonteranno a circa 36,000 individui. Piccolissimo lucro ritraesi da questi prodotti; ciò che sopravanza alla povera gente, serve all’ingrasso dei porci domestici. Causa di ciò si è la difficoltà, per le pessime strade, di poterle su i carri trasportare altrove in vendita.

Lavorasi con molta diligenza nella chiusura dei terreni, e già quasi ogni abitante tiene cinta la sua terra.

Nella totale superficie si potrebbe seminarvi star. 1500, ond’è eguale ad ari 59,790. La maggior parte del seminario si fa nelle tanche, e vi han molte ragioni onde credere, che debba questo estendersi a numero molto superiore al designato.

Elci altissime, ed annose quercie, che han fino 5 o 6 metri di circonferenza, formano le selve, dove in anno fertile di ghiande vi si potrebbero ingrassare da 8000 porci.

Intorno alla collina, nella cui pendice è il paese, vedesi un suolo vagamente ondeggiato da molte eminenze. Di queste la principale è detta Dessu-Màrmuri, per la qualità delle roccie, che pareggiano il marmo, mentre in generale le altre sono di origine ignea; dopo questa è degna di rimarco il colle di Perdumeli, stanza di gran numero di mufloni. Maggiore d’ambi è il monte Deis-broghus, popolato da quadrupedi selvatici delle specie, che sono nell’isola, e da molte famiglie di volatili, ciascuna assai numerosa.

Non lunge un miglio dal paese si scava l’allume; nel 1832 si è trovato a maggior distanza lo zolfo, ed il piombo. Dicesi vi si ritrovino delle acque nitrate, bitume, e buone argille.

Nutronsi cavalle, vacche, capre, pecore, e porci; però non si bada a moltiplicare i capi a tanto, quanto lo permettono le sussistenze locali. Il numero di ciascuna specie è al presente come segue: pecore 2000, capre 2000, vacche 300, porci 300, cavalle 150.

Si può vendere da 500 cantara di formaggi (chil. 20,325). Ordinariamente lo comprano i negozianti sarrabesi a soldi 1.1/2 (lire nuove 0.13) la libbra (chil. 0.40), dopo averlo lasciato nella salamoja da 3 in 4 giorni.

Innumerevoli sono le sorgenti in questo territorio, e tutte generalmente somministrano acque pure e salubri, specialmente la detta del Sardello, di cui servonsi i paesani per ordinaria bevanda, portandola da non maggiore distanza di 5 minuti. Alcune hanno fama di essere febbrifughe, e lodansi sopra l’altre la fonte di Perdemontis, e quelle di Mianèsa, di Suacu-e-sa figa, e Dessu-Spinosu. Sono distanti non meno di 2 miglia dal paese.

Scorrono in questo territorio due ruscelli, uno detto Spìgulu, che abbonda di squisite trote ed anguille; l’altro denominato Gruppa, dove pure può farsi un’abbondante pesca. Il primo ha le sue scaturigini nel territorio di Villa-Saltu, e principalmente dalla fonte Mirài; l’altro formasi in questo stesso di Armungia dalle perenni indicate sorgenti. Alla parte di levante, in distanza di mezz’ora dall’abitato, serpeggia il Flumen-Dosa, nel quale, oltre le suddette specie di pesca, abbondano anche in certi mesi le delicate saboghe. Non vi è ponte per passare all’altra parte del fiume; quindi nelle piene si dee varcare sopra una barchetta, per cui ogni capo di famiglia paga al barcajuolo due imbuti di grano (litr. 6.14).

Sono in questa vasta regione non meno di 14 di quelle antiche coniche costruzioni d’arte ciclopica, che diconsi norachi: due se ne veggono ancora in buono stato, uno dei quali dentro l’abitato alto circa 12 metri.

Entra questo comune del mandamento della curatorìa di Gerrèi, stata elevata al titolo comitale di Villa-Saltu, e poi al marchionale di Villaclara. Gli affari di giustizia trattansi in Gerrèi, dov’è la curia. Per li dritti feudali vedi Gerrèi.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre ad Armungia
20 Gennaio: San Sebastiano
2° domenica dopo Pasqua: Nostra Signora di Bonaria
ultima domenica Maggio: Santa Maria, festa della Santa patrona di Armungia
28 Maggio: Vergine Immacolata
24 Giugno: San Giovanni Battista
2° domenica Settembre: Santa Bonaria, San Sebastiano e San Salvatore
31 Ottobre: Is animeddas
31 Dicembre: Su trigu cottu